Andiamo

Andiamo...a piedi

Riflessioni sul sentiero dell'educazione

27/01/2014

Chinarsi di nuovo sulla vita

Non sono pochi gli educatori e le educatrici che si trovano collocati su crinali delicati e difficili, non sono pochi coloro che  sono chiamati ad affinare le proprie sensibilità e capacità, anche professionali, nell’ascolto. Essi si avviano su percorsi

dell’avventura umana, sui

quali il pensare deve farsi attento e l’agire non deve essere performativo quanto, piuttosto, capaci

d’attestare possibilità e attese di novità. L’accompagnamento educativo diviene chinarsi di nuovo

sulla vita, esposti e in attesa.

Chi porta questo ascolto ha, nei confronti della realtà dell’altro, lo stesso atteggiamento che si ha

nei confronti di ciò che giunge donato e offerto. Lo si potrebbe dire un ascolto che origina dal

rispetto amoroso delle cose e delle persone. Ascolto che rende capaci di farci raggiungere da

quelle zone della vita che “restano rincantucciate perché sottomesse da sempre, o perché

nascenti”.

Allora ascoltare è cogliere, forse meglio essere colti, accolti e ospitati mentre ci chiniamo, con cura

e con intelligenza attenta, sulla vita che nasce, sul crescere dei piccoli, sull’incertezza dei grandi,

sulle fatiche di molti, sulla fragilità di tutti. Sui corpi, sui legami, sulla vita comune: là dove

gemono, dove resistono e dove nascono.

Ascoltare per tornare a nascere, ancora, in fedeltà nuove e antiche. Ascoltare e farci cogliere - negli incontri e nei giorni - da un po’ di verità e senso, in un tempo nel quale la fragilità e la

fatica della speranza paiono lasciarci tra caso e necessità. Esposti, vulnerabili, e nel timore

d’esserlo.

Certo, possiamo ascoltare senza esporci, evitando di incontrare la nostra vulnerabilità. Ascoltiamo,

allora, ciò che cerchiamo, ciò che vogliamo trovare, ciò che ci serve: per costruire una diagnosi, per

impostare un piano didattico, per  una analisi e un progetto di intervento. Svolgiamo indagini,

cogliamo indizi, ascoltiamo confessioni. Ascoltiamo per controllare, per rispondere, tenendoci a

distanza, protetti dentro i nostri saperi esperti ed i nostri esercizi di ruolo. Ascoltiamo isolando,

frammentando, riducendo, scegliendo, applicando competenze raffinate, ottuse e sorde.

Mentre i ragazzi a scuola portano corpi e vite intere e frammentate, storie cognitive e affettive

diverse, ricche e complesse, domande ed attese per nulla scontate.

 Mentre i pazienti si trovano su soglie o su fratture esistenziali, dentro timori d’abbandono e necessità di ricapitolazioni.  Mentre i lavoratori ai recapiti portano le loro storie di lavoro incerto ed evanescente, le fatiche familiari, le tensioni ed i compiti di cura che appesantiscono i giorni.

L’ascolto si va riaprendo in molti contesti e dentro molte relazioni, tra donne e uomini vulnerabili,

a condizione d’una certa capacità di povertà. Ascoltare è, allora, vertigine e dramma della diversità

e della esposizione, del lasciarsi leggere e visitare da quel che si è, ed in quel che si ha da offrire. È

incontrarsi con le proprie domande, con i propri desideri di verità e con le proprie parti

inascoltate. Ascoltare è ascoltarsi, e lasciarsi ascoltare. Ascolto, accoglienza e ospitalità accadono

insieme. Allora saprò restare nella relazione educativa con te, cercando di sentire il tuo desiderio di vita, coltivando orientamenti e competenze per la vita, e per un tempo non mio, a venire. Perché tu ti conosca e riconosca consegne di memorie e linguaggi, per dare inizio a cose nuove, per trovare il tuo cammino. Imparerò a stare con te nella cura, vicino con le mie capacità e le mie tecniche, prossimo nei ritmi delle relazioni e dei dialoghi che rendono abitabile il tempo della debolezza.  Cercherò di stare con impegno e intelligenza vicino a te che hai perso lavoro, o non lo trovi che ai margini, perdendo dignità, e proverò a costruire tutela, legami, progetti che ascoltino il bisogno di vita degna e di futuro.

Resterò in ascolto, esposto con il mio limite, chinato di nuovo sulla vita che mi si fa incontro, in

ascolto di ciò che nasce e di ciò che geme.

In essa occorre non solo fare silenzio ma anche lasciare “disfare” il nostro cercare, il nostro

sguardo, la nostra conoscenza che costruisce e prende la realtà. Sospendendo le parole che

definiscono e rappresentano la realtà, si fanno strada  le parole della presa in carico, quelle d’una

alleanza, d’un riconoscimento, quelle in ascolto.

 La parola è itinerante, esiliata, può entrare dove i saperi ed i poteri non entrano: entra nella notte della prova, nello smarrimento e nella semplicità come nell’amicizia.

Parola in ascolto che sta nell’attesa della prossimità e del senso.

La parola che nella cura e nell’accompagnamento educativo è richiesta, è decentrante, è amante,

è legata alla misteriosità feconda del silenzio, cerca l’innocenza, ha pudore, e nostalgia. È parola

che scende, che di nuovo si piega, si curva sulla vita, sulle storie di donne e di uomini; non

argomenta, non prova a spiegare, a dimostrare. È parola che con pietas straordinaria entra nelle

pieghe dell’ordinario quotidiano e svela ciò che può essere luce, ciò che rende leggibile

l’esperienza umana, anche la più contaminata.

L’ascolto e l’accoglienza sono costretti a darsi nuovi e di nuovo in molti luoghi della cura è l’invito e la miglior sintesi dell’atto educativo di Teresa Verzeri:

“Coltivate e custodite molto, e molto accuratamente, la mente e il cuore dei vostri giovani, mentre sono ancor teneri, per impedire, per quanto è possibile che in essi entri il male, essendo miglior cosa preservarli dalla caduta coi vostri richiami ed ammonimenti che risollevarle poi con la correzione.”  (Teresa Verzeri alle suore educatrici -Dov. III, 368)

Ascoltare abilita a stare nell’esodo, ad accogliere senso e cammino del nostro tempo, nel nostro

tempo di vita,coltivando stili e orientamenti per una vita buona, alla quale aprirci e coeducarci.

Chinati di nuovo sulla vita, in ascolto di ciò che nasce e di ciò che geme.

Autore: prof.ssa Toso

28/11/2013

CAMMINARE quel modo antico di liberarci da noi stessi

CAMMINARE

quel modo antico di liberarci da noi stessi

 

Passeggiare, camminare, muoversi a piedi. È la prima e indispensabile maniera per vivere in un territorio, per conoscerlo bene e a fondo nelle sue vicende storiche e geografiche. Il famoso ed antico aforisma, rintracciabile anche nella filosofia esistenzialistica, dello spagnolo Miguel de Unamuno ,”la strada la scopri mentre sei in cammino”è un messaggio esplicito e al contempo cifrato. Il cammino della vita, la vita come un camminare, sono metafora spirituale e filosofica che ci chiede di porci domande rispetto alla nostra stessa storia di vita.

Quali crocevia abbiamo incontrato o vorremmo ancora incontrare, quali compagni e compagne d’esistenza hanno fatto e ancora fanno, un fecondo tratto di strada con noi? A che cosa assomiglia il mio modo di camminare?Al passo furtivo di una volpe? All’andare lento dell’ orso? Al saltellio del fringuello?

Passeggiare, camminare, muoversi a piedi. È la prima e indispensabile maniera per vivere in un territorio, per conoscerlo bene e a fondo nelle sue vicende storiche e geografiche. Il famoso ed antico aforisma, rintracciabile anche nella filosofia esistenzialistica, dello spagnolo Miguel de Unamuno ,”la strada la scopri mentre sei in cammino”è un messaggio esplicito e al contempo cifrato. Il cammino della vita, la vita come un camminare, sono metafora spirituale e filosofica che ci chiede di porci domande rispetto alla nostra stessa storia di vita.

Quali crocevia abbiamo incontrato o vorremmo ancora incontrare, quali compagni e compagne d’esistenza hanno fatto e ancora fanno, un fecondo tratto di strada con noi? A che cosa assomiglia il mio modo di camminare?Al passo furtivo di una volpe? All’andare lento dell’ orso? Al saltellio del fringuello?

Camminare è muoversi senza l’ansia di un profitto. È ragionare in quel silenzio che il cammino meditabondo sempre ci richiede. Camminare così, un poco ogni giorno, per esercitarsi innanzitutto ai raccoglimenti dell’intelligenza, del sentire, è recuperare la distanza necessaria per poter tornare nella folla. Camminare ci riabilita all’esperienza diretta, al distacco dal superfluo, ad interrogare l’orizzonte guardando più al suolo che al cielo.  Il camminare si trasforma  in una migrazione invisibile della coscienza purché la volontà del viandante si convinca a scrutare il presente nel solco della sua memoria. L’immagine di me che cercavo, il luogo desiderato che saprà definirmi, non potranno perciò che assomigliare anche a ciò che ho lasciato e perduto.

Ciascuno di noi ha un proprio modo inconfondibile di camminare, di preferire la pianura o  la montagna, la salita o  la discesa,  il desiderio di penetrare nelle regioni sotterranee del mondo o di se stessi.

Camminare, senza posa, è un disporsi continuo ad apprendere. E’ l’inizio di altre analogie: camminiamo per viaggiare o per errare, nella presa di coscienza del limite, del confine, della strada che non è mai infinita, dei suoi bordi inevitabili. Camminare ci educa e rieduca alla concretezza, ci invita a cogliere l’istante non in senso edonistico bensì morale: come sentimento della presenza

nel mondo, nella storia, nella relazione, nella fraternità.

 Il cammino più vero ed autentico,quel percorso che andiamo comprendendo da soli,ci realizza però se la solitudine si schiude. Svegliarsi, verificare se siamo ancora vivi, vuol dire mettere, seppur barcollando, i piedi al suolo in un sogno più vero.  Ci educhiamo a desiderare l’imprevisto, ad accettarlo, ad andargli incontro. Teresa Verzeri ha aperto strade materialmente e orientato cammini spirituali con le sue molteplici relazioni epistolari.

Come le fisionomie, così sono diversi gli spiriti; e come gli spiriti, così sono diverse le vie stabilite dalla sapienza di Dio per condurre a santificazione (Dov. III, 350)

Abbiate e mostrate stima della via di tutte, purché da Dio sia segnata (…) nessun cammino conduce a salute fuori di quello voluto da Dio. (Dov. III, 351)

Il mistero dell’uomo che divenendo si disvela  è fondamento di ogni percorso educativo e dietro i passi del Maestro stanno  quelli di ogni educatore  che spia e scruta lo spirito dei ragazzi che gli sono affidati per mostrare l’orizzonte del loro cammino. E’ la parola certa, perché esperita e affidata al dialogo insistente con Dio, di Teresa  che scrive corposi Libri dei Doveri riflessioni fondamentali per chi vuole continuare sul ritmo dei suoi passi.

Per lasciare posto all’inedito è necessario abbandonare idee del tipo “Sono fatto così”, “Che ci vuoi fare, ormai…”. Dobbiamo imparare a liberarci dall’immagine statica che abbiamo di noi stessi, dobbiamo sganciarci dalle pesantezze del nostro passato. L’unica cosa che conta è chi siamo in questo momento: non sono chi ero abituato ad essere, non sono la somma dei miei errori e non sono già ciò che sarò. Il dramma sta nella rassegnazione, nella fissazione sul dato e nella conseguente incapacità di cogliere le possibilità e l'inedito. Sì, sono molte le persone che vivono la difficoltà di accettare la propria storia, di riconsiderarla in un orizzonte di cambiamento, di dare un nome ai conflitti che la animano e una data al loro insorgere, che si limitano a contemplare narcisisticamente i sintomi di un malessere che non hanno il coraggio di inserire in un progetto di rinascita e di vita.

 Camminare, senza posa, è il disporsi continuo ad apprendere di chi sa esplorare i mondi possibili senza chiudersi nelle sue certezze;di chi si incuriosisce e sa stimolare curiosità, di chi suscita domande senza avere fretta di arrivare alle risposte, di chi sa dialogare con l’incertezza e aspettare l’inatteso. Non sono i libri, le aule, gli studi che  fanno la scuola, ma è la ricerca di senso che non richiede la rinuncia delle conoscenze umane, né dell’autonomia della scienza. C’è piuttosto una ricontestualizzazione della ricerca che non si trova nella ricerca scientifica in quanto tale, ma che porta a orientare l’indagine e il metodo “oltre”. Una prospettiva, questa, che il pensiero postmoderno, tutto autocentrato, sembra incapace di cogliere.

Se il tema fondamentale della ricerca si trova nel rapporto tra scienza e sapienza, diventa per l’educatore il senso stesso che viene prima dell’oggetto di conoscenza.

Autore: Prof.ssa Toso

02/10/2013

... SUL SENTIERO DELL'EDUCAZIONE

Dalla suggestione dell’espressione “Andiamo” di Teresa Verzeri, Fondatrice dell’Istituto Figlie del Sacro Cuore di Gesù, prende il via questa rubrica “Andiamo a piedi” che si presenta ai frequentatori del sito dell’Istituto Seghetti come uno spazio di riflessione rivolto a chi, giovani e adulti, vuol leggere o rileggere la propria esperienza formativa o rinvigorire e risanare l’azione educativa seguendo le orme dei maestri che hanno camminato avanti a noi. “Andiamo!” è l’esortazione con la quale Teresa Verzeri, l’otto febbraio del 1831, incoraggia se stessa e le sue compagne per raggiungere il Gromo, che in Bergamo Alta. Qui dà il via ufficiale all’opera che prenderà il nome Istituto “Figlie del Sacro Cuore di Gesù”. Lascia il benessere e gli agi della sua casa e come tutti i giovani con tanti sogni nel cassetto, il bisogno di relazioni autentiche, di scoprire il progetto di vita per essere felici, la determinazione a uscire dagli schemi e un grande desiderio di amore, si mette in cammino. E di strada ne fa tanta su e giù per l’Italia,aprendo comunità nel bergamasco e nel bresciano fino ad arrivare, negli anni successivi, a Lugano, S. Angelo Lodigiano, Darfo, Breno, Trento e Rovereto, Roma e Arpino nel Lazio, Recanati nelle Marche… Grande tenacia e pazienza hanno caratterizzato la vita di quelli che ci hanno aperto cammini. E noi dove stiamo camminando? Verso dove? Si dice spesso“dobbiamo andare avanti”. Avanti dove, mi chiedo? Non sarebbe forse più utile tornare indietro? A mio avviso è indispensabile intraprendere un nuovo itinerario educativo in cui l’adultità sia la cifra che garantisce l’impegno responsabile di chi si prende cura e accudisce, non solo alleva, l’altro…piccolo, minore, bisognoso, fragile.

Autore: Prof.ssa Elena Toso

01/10/2013

QUANDO SI EDUCA?

Vivendo in un’epoca in cui prevale la logica del consumo, dell’accumulo superficiale, dell’”obesità cognitiva”dei ragazzi, educa chi cerca di capire cosa conta davvero, chi propone stimoli e contenuti in modo sobrio, meno consumistico e pur continuando ad essere “nutriente “ riesce ad essere anche “disintossicante”; chi si dà e dà tempo. Chi fa crescere la vita diritta e non si piega sotto il peso dei sensi di colpa o il timore di essere impopolare; chi si impegna a voler bene cercando il bene; chi smette di “amare” i bambini per essere da loro riconosciuto; chi lascia il protagonismo di sé per fare spazio all’altro che sta scoprendo la vita; chi consegna una “bussola”ma non imposta una rotta. Educa chi sa dire dei no e si allontana da logiche egoiste e particolaristiche; chi mostra la bellezza delle “ cose migliori” passando attraverso quelle impegnative che odorano di fatica e sacrificio; chi sa “potenziare” il proprio interlocutore (più è intelligente ?“potente”? l’ascoltatore, più è intelligente e potenziato il parlante). Chi sa esplorare i mondi possibili senza chiudersi nelle sue certezze; chi si incuriosisce e sa stimolare curiosità, chi suscita domande senza avere fretta di arrivare alle risposte, chi sa sorridere dei propri incidenti di percorso e adotta l’ironia, l’umorismo, la leggerezza per sé e gli altri; chi considera le emozioni come strumenti preziosi e fondamentali per la conoscenza del mondo sociale e culturale di cui siamo parte; chi è capace di leggere la complessità, di porre e trattare i problemi nel contesto, ma anche di collegare i saperi e dare loro senso; chi sa usare e sviluppare il pensiero che interconnette e non quello che separa. Chi è capace di “scommettere” e porta in sé la consapevolezza dell’incertezza e quindi della speranza; chi sa dialogare con l’incertezza e aspettare l’inatteso; chi dà parole ed esempi che educano alla libertà; chi crede che l'istruzione e la cultura non sono ornamento accessorio, ma «strumenti» necessari di liberazione e di progresso; chi ha passione per la relazione e non teme i conflitti; chi è capace di dissotterrare tesori nascosti e di valorizzare le differenze; chi riconosce la necessità di un fine e frequenta le opportunità della vita; chi orienta progettualità e scelte personali;chi fa avanzare l’umanità verso orizzonti di giustizia e di pace. Sapremo seminare nel campo dell’uomo? Sapremo aspettare e accompagnare? Sapremo cercare senso e dare senso a parole e gesti? Si potrà investire ancora nella cultura come strumento di umanità e di identità? Si potrà testimoniare una coerenza rigorosa tra pensiero, parola e azione, attribuendo importanza fondamentale all’esempio? Si potrà tornare indietro? “Meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”. Educare è un’arte proporzionale a ciò che si è e alla capacità di ripensarsi, di continuamente auto-educarsi e di tenere ferme “misure alte”, da offrire nella fatica e bellezza dell’impegno quotidiano.

Autore: Prof.ssa Toso

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